I CLUSTER DI PREDAZIONE
Comprendere il comportamento predatorio e alimentare del lupo è essenziale per conoscere il suo ruolo negli ecosistemi naturali, ma nelle Alpi italiane molte informazioni sono ancora frammentarie. Tradizionalmente la dieta del lupo viene studiata analizzando il contenuto degli escrementi, un metodo efficace e non invasivo che però non permette di distinguere tra una predazione vera e propria e il consumo di un animale già morto. Per capire davvero cosa preda il lupo, dove e in quali condizioni, è quindi necessario osservare più da vicino il suo comportamento.
Un aiuto fondamentale arriva dall’uso dei collari GPS, che consentono di seguire gli spostamenti degli animali e di individuare le aree in cui si fermano più a lungo. I collari vengono programmati per inviare posizioni più frequenti durante la notte, quando il lupo è più attivo, e con intervalli più ampi durante il giorno. Questa scelta è particolarmente importante per ottimizzare la durata della batteria; allo stesso tempo, in un contesto come quello italiano, dove le prede possono essere anche di piccole dimensioni, intervalli di rilevamento troppo lunghi rischierebbero di non intercettare eventi predazioni. La durata della batteria costituisce pertanto un elemento critico, in quanto le operazioni di cattura e marcatura comportano inevitabilmente uno stress per gli animali e richiedono un significativo sforzo logistico e operativo.
Dall’analisi delle posizioni GPS emergono i cosiddetti cluster, ovvero gruppi di punti molto ravvicinati che indicano una permanenza prolungata del lupo nella stessa area. Sono proprio questi luoghi a essere controllati sul campo dai ricercatori, che spesso devono muoversi fuori sentiero per raggiungerli. Una volta sul posto, l’attenzione si concentra sull’ambiente circostante: una predazione lascia quasi sempre tracce evidenti, come terreno e vegetazione smossi, rami spezzati e segni di una breve ma intensa lotta. Questo “disordine” è uno degli indizi principali che permette di distinguere una predazione diretta dal semplice consumo di una carcassa.
Quando un sito di predazione viene confermato, i ricercatori raccolgono numerose informazioni sia sull’ambiente sia sulla preda. Vengono analizzate le caratteristiche dell’area circostante e si identificano la specie predata, la classe d’età, il sesso e il livello di consumo della carcassa. Quando possibile, vengono inoltre prelevati campioni biologici appartenenti alla preda (metatarso o metacarpo). Questi campioni permettono di valutare le condizioni corporee degli animali predati e di comprendere se il lupo tenda a selezionare individui più deboli o in particolari condizioni.
Questa attività di ricerca si svolge durante tutto l’anno ed è quasi interamente basata sul lavoro sul campo. Ogni stagione e ogni ambiente presentano difficoltà diverse: pendenze elevate, terreno impervio, attraversamenti di corsi d’acqua, ma anche caldo, freddo, pioggia, neve e insetti.
Nel Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi queste difficoltà sono ulteriormente accentuate. Il territorio è caratterizzato da forti pendenze, versanti instabili, boschi fitti e ampie aree remote, spesso difficilmente accessibili e lontane dalla rete sentieristica. Raggiungere un cluster può richiedere diverse ore di cammino e un’attenta valutazione delle condizioni di sicurezza, soprattutto in presenza di neve o dopo eventi meteorologici intensi.
Nonostante le difficoltà, il lavoro di controllo dei cluster permette di ottenere risultati concreti. I dati raccolti mostrano che i lupi tendono a selezionare aree relativamente più accessibili per le predazioni, rispetto ai siti di riposo, dove riescono a muoversi con agilità e a bloccare la preda; in questo contesto la specie più frequentemente predata è il cervo, la preda più abbondante, con predazioni che possono avvenire spesso in prossimità di corsi d’acqua o canali, zone frequentate dagli ungulati per abbeverarsi.
Testo di Silvia Cavazza – Università degli Studi di Sassari, Dipartimento di Medicina Veterinaria
