L’ANALISI DEI GARRETTI
Accanto allo studio del comportamento predatorio, l’analisi dei garretti permette di capire se il lupo utilizzi delle prede in buone o cattive condizioni fisiche. Queste informazioni sono utili per comprendere il ruolo del lupo nella regolazione delle popolazioni di prede e per supportare le attività di gestione faunistica e conservazione.
Per rispondere a questi obiettivi, una volta individuati i siti di predazione grazie ai collari GPS, vengono raccolti alcuni campioni biologici appartenenti alla preda. I campioni più utili sono le ossa lunghe, in particolare metacarpi o metatarsi, quando disponibili. Da queste ossa è possibile analizzare il grasso presente nel midollo osseo, una riserva energetica fondamentale che viene utilizzata dall’animale solo nelle fasi più critiche. Se l’organismo arriva a consumare il grasso del midollo, significa infatti che le altre riserve sono già state esaurite, fornendo un’indicazione affidabile sulle condizioni corporee dell’individuo predato.
Dopo la raccolta sul campo, i campioni vengono refrigerati e successivamente analizzati in laboratorio. L’osso viene aperto e il midollo estratto e pesato allo stato fresco; il campione viene poi essiccato in forno per 24 ore e pesato nuovamente. Il confronto tra peso fresco e peso secco permette di calcolare la percentuale di grasso presente nel midollo: valori superiori al 70-75% indicano generalmente una buona condizione corporea dell’animale.
Per rendere l’analisi più robusta e valutare meglio come il lupo selezioni le sue prede, vengono raccolte, quando possibile, anche ossa lunghe di ungulati abbattuti durante l’attività venatoria, utilizzate come campioni di confronto. Poiché la caccia tende a essere poco selettiva rispetto alle condizioni corporee o talvolta a privilegiare individui in buono stato, il confronto tra questi campioni e quelli provenienti dai siti di predazione consente di valutare se il lupo selezioni animali in condizioni corporee migliori, peggiori o se mostri un comportamento opportunistico.
Testo di Silvia Cavazza – Università degli Studi di Sassari, Dipartimento di Medicina Veterinaria
